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Qualunque attività umana, se condivisa, costituisce un rituale sociale.
 
Un giudizio non condiviso è spesso causa di conflitto. Per questo molti evitano di giudicare e temono di essere giudicati.
 
Noi tendiamo a condividere i sentimenti di amore e di odio delle persone che amiamo, e a non condividere quelli delle persone che odiamo.
 
L'uomo ha bisogno di condividere. Se non lo fa muore. Tanto più condivide, tanto più è vivo e felice.
 
Bisogno di condividere. Cosa? Con chi? Qualunque cosa con chiunque.
 
Ogni cultura è piena di narrazioni a cui vengono dati significati spesso totalmente arbitrari, infondati, variabili e volatili, la cui condivisione è tuttavia fattore di coesione sociale, indipendentemente dal loro reale significato o dall'assenza di significato.
 
Anche una cosa senza senso, se viene condivisa, acquista un senso in quanto fattore di coesione sociale.
 
Abbiamo bisogno di condividere idoli con i nostri simili, idoli sacri (divinità religiose) e profani (artisti, filosofi e condottieri).
 
Ciò che non si può condividere divide.
 
L'uomo ha bisogno di condividere con altri le sue visioni.
 
Uno dei motivi per cui può essere interessante fare certe esperienze è la possibilità di condividerle, ovvero di parlarne con altri.
 
L'uomo ha un irresistibile bisogno di condividere con altri qualsiasi cosa, materiale o simbolica. Non importa cosa, anche cose insensate o stupide. Questo fatto costituisce una chiave di comprensione di gran parte del comportamento umano.
 
Per effetto dei meccanismi difensivi [...] ogni coscienza ha una macula cieca, più o meno estesa, che impedisce di vedere quello che il soggetto non intende vedere o perché lo infastidisce sul piano personale o perché mette in gioco la visione del mondo che egli condivide con gli altri e che lo fa sentire normale.
 
Ogni comportamento socialmente rilevante si può spiegare in termini di bisogno di condivisione e di gestione delle condivisioni e delle non condivisioni, materiali e simboliche con altre persone.
 
Quando sono triste ascolto canzoni tristi, sento il bisogno di accomunarmi a chi esprime la mia stessa tristezza, per condividerla. Solo così riesco a consolarmi e a superare il mio dolore, e solo dopo questa comunione posso ripartire, sapendo che la mia allegria da quel momento in poi me la sarò guadagnata e sarà sincera, proprio perché ha attraversato il valore della tristezza. Ho provato ad ascoltare solo cose allegre quando sono triste, ma mi sento uno che fugge, quasi un vigliacco.
 
Stanno bene insieme le persone che condividono lo stesso tipo di conformismo.
 
Dimmi cosa condividi e cosa non condividi, e ti dirò chi sei.
 
Competizione, disaccordo, non condivisione, non cooperazione, conflitto. Ognuna di queste cose può essere causa e conseguenza delle altre.
 
Si ritiene ingenuamente che, se certi sentimenti o certe idee sono condivisi dai piú, essi sono giusti. Niente è piú lontano dal vero. La convalida consensuale in sé non ha nulla a che vedere con la salute mentale. Come c’è una folie à deux, cosí c’è una folie à millions. Il fatto che milioni di persone condividano gli stessi vizi non fa di questi vizi delle virtú, il fatto che essi condividano tanti errori non fa di questi errori delle verità, e il fatto che milioni di persone condividano una stessa forma di malattia mentale non fa che questa gente sia sana.
 
Prendiamo due persone a caso, e chiediamoci: cosa condividono? Cosa non condividono? Dalle risposte a tali domande possiamo prevedere i possibili rapporti tra tali persone.
 
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